A poche ore dall’apertura dei seggi, l’Uganda si prepara a un voto segnato da un clima di tensione e repressione. Il presidente Yoweri Museveni, al potere da quarant’anni e oggi ottantunenne, punta al suo settimo mandato consecutivo, mentre il Paese vive una delle fasi politiche più delicate della sua storia recente.
Il governo, temendo l’ondata di mobilitazione giovanile che negli ultimi mesi ha attraversato il Paese, ha imposto un blocco totale di Internet e delle chiamate internazionali a 36 ore dal voto del 15 gennaio, nel tentativo di spegnere il fermento che si è acceso soprattutto online.
Il movimento dei giovani, che rappresentano la maggioranza della popolazione ugandese, è diventato il principale fattore di incertezza per il regime. Ispirati dai modelli di Kenya e Tanzania, dove la partecipazione politica giovanile ha assunto un ruolo crescente, e dalle proteste della Gen Z in altre parti del continente, molti ragazzi ugandesi vedono nelle elezioni un’occasione per mettere in discussione un sistema che percepiscono come immobile e impermeabile al cambiamento. La risposta del governo è stata però durissima: oppositori arrestati, seggi militarizzati, controlli capillari e un apparato di sicurezza dispiegato per prevenire qualsiasi forma di contestazione.
Il blackout digitale imposto dal governo è il simbolo più evidente della paura del regime. Negli ultimi anni, i social media sono diventati il principale spazio di organizzazione, denuncia e mobilitazione per i giovani ugandesi. Spegnere Internet significa tentare di spegnere la loro voce, impedire la circolazione di informazioni indipendenti e isolare il Paese dal resto del mondo proprio nel momento più sensibile del processo democratico. Resta da capire se l’attivismo nato online saprà resistere al silenzio forzato imposto dall’alto o se la repressione riuscirà a contenere l’energia di una generazione che non ha mai conosciuto un altro presidente oltre Museveni.
Mentre il Paese si avvicina al voto, l’Uganda appare sospesa tra un passato che non vuole cedere e un futuro che bussa con forza. Il risultato delle urne dirà se la spinta dei giovani riuscirà a incrinare un potere che da decenni sembra intoccabile, o se il regime riuscirà ancora una volta a blindare la propria sopravvivenza.
